Cosa accomuna una web company ad una azienda agricola?

10 novembre 2015

Domenica mattina ho fatto visita ai miei genitori presto, in Agriturismo, e ho incontrato Angelo, amico di vecchia data, e con lui ho avuto una lunga e piacevole conversazione.

Angelo ed io frequentavamo la stessa compagnia di amici, a S. Andrea di Cassine in provincia di Alessandria. Lui, come altri, ha proseguito l’attività di campagna coltivando i terreni della sua azienda viticola in espansione, io ho fondato una web company.

Dopo aver avuto questo lungo scambio, sono saltato sulle sella della mia bici da cicloturismo alla volta di una stupenda pedalata sulle nostre colline del Monferrato: una domenica splendida.

Quando pedalo, i pensieri vanno e quasi alla fine delle 3 ore di pedalata ho raccolto le idee che voglio condividere anche con te.

Volendo riassumere le idee sulle quali mi sono soffermato, posso dire di aver riflettuto su questi principi: la passione per la propria attività, la cultura delle organizzazioni ed il concetto di “valore della proposta” che, in due parole, è ciò per cui un cliente è disposto a pagare un fornitore.

E allora, cosa accomuna una web company ad una azienda agricola?

Certamente è la passione, almeno mi sento di affermarlo per coloro che interpretano il “fare impresa” come Angelo e come me. Il mio amico agricoltore mi racconta dei tanti sacrifici che richiede coltivare un vigneto: sempre sui mezzi agricoli, ogni mese dell’anno una lavorazione: quando non sono a carattere squisitamente tecnico sono per fare ordine, pulizia, ripristino dei pali rotti, sostituzione delle piante malate, e così via. Ma cosa consente, ad un lavoratore, di trarre motivazione per un impiego che – tutto sommato – prevede contenute soddisfazioni in termini economici se non la grandissima passione per ciò che fa? e quando il mio amico si racconta, non riesco ad evitare un confronto con la mia storia.

Chi, come me, si occupa di nuove tecnologie, sa benissimo che le ore di lavoro non si contano. Il confine tra lavoro e vita privata è continuamente posto in discussione. Si finisce ufficialmente la giornata lavorativa alla scrivania ma si continua, ufficiosamente, a casa sul divano col pc in grembo a studiare, messaggiare con colleghi, osservare nuovi player, scoprire nuovi trend. E’ così che se Angelo mi racconta della sua schiena a pezzi per le tante ore sui mezzi agricoli, non posso far a meno di pensare ai miei occhi che sono continuamente “stressati” nel passare tra dispositivi diversi in contesti d’illuminazione che cambiano.

In fin dei conti, penso, le aziende nostre clienti ci pagano proprio per questo: perché portiamo loro una cultura che non hanno la forza (o la voglia) di sviluppare all’interno della loro organizzazione. Ma che cos’è che si intende per cultura dell’organizzazione? Un ciclista, che incontro durante la mia pedalata, mi dà modo di riflettere a questo proposito nel momento in cui lo incrocio su una strada che percorre in senso opposto al mio e mi saluta entusiasta “ciao!”. E’ consuetudine, forse non tutti lo sanno, salutare gli altri ciclisti che si incontrano pedalando. E questo è un elemento culturale di quella che possiamo chiamare la “comunità” dei ciclisti. Perché un ciclista saluta con entusiasmo un suo “collega” e, sceso dalla sella, non saluta con altrettanto trasporto tutti gli esseri umani che incrocia per strada? D’altronde, se ci pensi, il fatto di condividere l’esistenza sullo stesso pianeta dovrebbe essere un elemento di unione più forte, che non il fatto di condividere una passione. Però tant’è: è un elemento “culturale”, condiviso da chi pratica il ciclismo, quello di salutarsi per strada. Gli elementi culturali, poi, sono quelli più complessi da “scardinare” ed è per ciò che molte aziende non hanno le forze di rinnovare la propria cultura ed i valori, impliciti e taciti, che condividono.

Ecco perché le aziende sono disposte a riconoscere in noi questo valore: ci riconoscono economicamente non solo le linee di codice che sviluppiamo per loro, o l’assistenza che gli prestiamo, ma perché – più in generale – siamo portatori di quei valori culturali che non hanno e per i quali percepiscono l’utilità dell’affrontare il mondo che cambia.

Perlomeno, questa è l’idea che mi sono fatto. E tu? che ne pensi?